Quindici mesi

Il giostraio prende la parola:

Quindici mesi.

Sembrano pochi.

Sembrano tanti.

Interminabili.

Invece, quando li si vive, scivolano via, poco più di un anno che scorre dal presente per entrare nel passato e rimanere lì, nella memoria.

Una memoria a cui si attinge sempre meno, una memoria che non sfruttiamo più.

Abbiamo le foto, i selfie, i video, tutto subito a disposizione per riportare a galla le sensazioni vissute.

Invece riportano a galla poco.

È la memoria, la nostra memoria, che permette davvero di “rivivere” il passato.

Accade così che riguardando un selfie di anni addietro, ci si dimentichi pure il momento in cui sia stato scattato.

Più qualità meno quantità.

Vale anche per la memoria.

Pensate a questi quindici mesi, agli ultimi quindici mesi, cosa vi è accaduto?

Cosa avete registrato, vissuto, amato o disprezzato, sforzatevi di ricordare, perché ogni ricordo è unico, vostro, personale.

Le foto, i selfie, i video, possono essere visti da tutti, aiutano il “ricordare” ma non sono un vero ricordo, non sono la nostra “memoria”.

Ogni evento lo assimiliamo a modo nostro, intimo, personale, la foto rappresenta un attimo vissuto, la memoria racconta “come” l’abbiamo vissuto, le sfumature.

Perché sto riflettendo sul ricordo degli ultimi quindici mesi?

Sono quindici mesi di Parole in Giostra.

Sì, cari passeggeri, sono quindici mesi di giri di giostra ininterrotti, ogni venerdì avete trovato sempre un nuovo giro ad aspettarvi.

Oggi, per chi ancora non lo sapesse, è l’ultimo giro di giostra prima della pausa che farò ad agosto.

Non preoccupatevi, a settembre la giostra tornerà con i soliti nuovi giri, chissà, magari, migliori!

Oggi invece vi saluto, vi auguro una buona estate, se vi mancherà la giostra potrete sempre salire per ripetere un giro del passato, i giri sono tutti qui, per voi.

Quindi, ad agosto la giostra si fermerà, niente nuovi giri fino a settembre, spero non vi dispiaccia, ma anch’io mi riposerò, con la promessa che a settembre mi ritroverete qui, sempre giostraio di questa piccola giostra di parole.

Sempre con il solito intento, regalare uno spunto di riflessione, un’emozione, che possano, con il passare del tempo, lasciare il segno.

Su Twitter, invece, se riuscirò pubblicheró qualche aggiornamento, non abbandoneró la giostra del tutto.

Grazie a tutti voi, perché, come dico sempre, mi regalate il vostro tempo, lasciate la vostra opinione, rendete questa giostra proprio come l’avevo sognata, immaginata: uno scambio costruttivo di punti di vista, di considerazioni.

Oggi cosa vi potrei raccontare?

Cosa vi potrei lasciare che possa rimanere con voi, che non vi faccia dimenticare di Parole in Giostra fino al mio ritorno a settembre?

Un’emozione.

Poche parole.

Anzi, lo so, non vi lascieró nulla di “mio”, vi propongo invece di riportare alla memoria qualcosa di vostro.

Un ricordo degli ultimi quindici mesi.

Ecco, vi lascio uno spunto di riflessione ampio, valido per tutto il mese di agosto, vi lascio a passeggiare nella vostra memoria, nelle vostre emozioni.

A presto, come sempre, grazie di cuore per aver letto.

Il giostraio.

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Il giostraio, pur non essendo un grande intenditore di musica, né conoscitore della storia personale di ogni singolo artista, vi propone un brano da ascoltare dopo la lettura.
N.B. la canzone, come sempre, è stata cercata e scelta dopo aver scritto il giro di giostra e non viceversa.

Tiromancino – La descrizione di un attimo:

L’altra faccia dell’Università

Era speranza innocente.

Sognante.

Brillavano gli occhi mentre con orgoglio diceva di essersi iscritta all’Università, forte della sua età, del tempo, il tempo era tutto dalla sua parte, diciannove anni, il mondo ai suoi piedi.

Una vita tutta da sfogliare, in questo nuovo capitolo, il liceo concluso, esperienze legate con un nastro verde al cuore, tutte, l’avevano formata e fatta arrivare fin lì.

Fino a quel momento.

Il momento in cui, una donna, una Dottoressa, una docente, aveva strappato la sua innocente speranza e ne aveva lasciato pezzi di amarezza, vergogna.

“Ascoltami, tu non concluderai mai nulla nella vita, chi non si può permettere di studiare deve andare a lavorare in fabbrica o a fare le pulizie, non perdere tempo, ascolta me, fidati, qui dentro, in Università, non concluderai mai nulla, non arriverai mai alla Laurea, sarai sempre nessuno”.

Quella stessa persona, rivolta altrove, ai suoi succubi assistenti aveva continuato: “io non capisco perché chi non ha i soldi si ostini a voler studiare”.

La guardò di nuovo, le lanciò un diciotto addosso, le urlò davanti a tutta l’aula: “non si faccia più vedere, sparisca”.

Ma lei non poteva sparire, in quel momento l’avrebbe voluto, gli occhi degli altri addosso, l’umiliazione, erano graffi, graffi che, illuminati dal calore del sole, bruciano ancora, graffi che non guariscono del tutto, restano lì, ogni tanto sanguinano, ricordando la loro esistenza.

Aprì la bocca e glielo disse: “mi scusi, mi dovrà vedere ancora una volta, ho ancora un’esame da dare con lei”.

La voce era ferma, gli occhi tradivano la sua calma apparente, ma non poteva fare altro, era in una bolla di dolore davanti a centoventi persone, mute, zitte; sopportali tu i graffi di tutti quegli occhi addosso, provaci e fammi sapere.

La grande studiosa, la Dottoressa, docente, le rispose ringhiando: “bene, si prepari, per farle superare quell’esame le farò patire le pene dell’inferno”.

Lei l’inferno l’aveva già dentro, macchiata dalla colpa di essere una “non frequentante” in una Università senza obbligo di frequenza, la legge è uguale per tutti, le regole dell’Università no.

Lei lavorava.

Lei non poteva permettersi un’appartamento nella grande città universitaria, lei viveva in provincia, un’ora di treno per andare a sostenere un esame, un’ora di treno più mezz’ora di tram, per arrivare in Università e farsi insultare.

Studiava giurisprudenza e quel giorno capì che per quanta legge avesse studiato, lei, lì, in quell’ambiente universitario, sola, senza conoscenze, senza amici, non avrebbe mai avuto diritti.

Questo è il Paese di grandi italiani, ma è anche il Paese nel quale, sotto al velo dell’ipocrisia, la possibilità di alzare il capo e gridare a gran voce un supruso, s’è persa.

Prese quel diciotto amaro.

Si chiuse la porta dell’aula alle spalle.

Gli occhi, gli sguardi, muti, ancora a graffiarle la pelle.

Salì le scale, entrò in bagno, confusa, persa, il cuore che piageva nel petto.

La gola stretta, un’urlo soffocato, una fitta.

Chiuse la porta, fissò il water, lì, pianse.

Singhiozzi, il pianto si fece singhiozzi, soffocò la sua vergogna tirando l’acqua del water perché non si sentisse il dolore.

La sua colpa?

Aver alzato il capo, aveva studiato, tutto il libro, era preparata, sapeva di esserlo, si era seduta, aveva specificato di essere “non frequentante”, perché, anche se non c’è l’obbligo di frequenza, chi frequenta è avvantaggiato, chi frequenta fa gli esoneri.

Cos’è un esonero?
È il programma di un esame diviso, in uno o più test, così all’appello dell’esame non si portano tutte le pagine del libro, magari 800 pagine, ma solo 300.

Ed è più facile, molto più facile, ma è la regola dell’Università, chi segue è premiato con gli esoneri, poco importa che qualcuno non possa permetterselo!

La docente le aveva fatto una prima domanda a cui lei aveva risposto, sicura.

La seconda domanda?

Non c’era nel libro, l’argomento non c’era nel libro, era stato trattato a lezione, alcuni docenti lo fanno, così sei obbligato a seguire, altrimenti, se nessuno seguisse, come potrebbero percepire stipendi così corposi?

Lei gliel’aveva detto, alla docente, alla Dottoressa: “mi scusi, ma io non sono frequentante e sul libro questo argomento non è trattato”.

Ecco, un’altra cosa aveva imparato.

Studiare legge, capire i propri diritti, affidarsi alle regole, non sempre serve.

La regola dell’Università è solo una.

Davanti al potere, alzare il velo dell’ipocrisia, nascondersi sotto, stare zitti, dare sempre ragione e chinare il capo.

Le regole, i diritti, non valgono, loro sono i Dottori, loro hanno il potere e davanti al potere, ora gliel’avevano dimostrato tutti, si tace.

Così avevano taciuto gli assistenti.

Così avevano taciuto gli altri studenti.

Fiera della sua vergogna uscì dal bagno, si lavò le mani, gli occhi rossi bagnati, mostrarono tutto, era cambiata.

Ma no, non era ancora stata piegata, un giorno l’avrebbe urlato in faccia, a tutti, un giorno l’avrebbe ringhiato, raccontato, un giorno avrebbe ancora sperato che tutto questo cambiasse, grazie anche al suo racconto.

Oggi no, domani avrebbe preso il libro per il prossimo esame, quello per superare il quale avrebbe dovuto “patire le pene dell’inferno”.

Le patì.

Mentre studiava le patì.

Andò all’appello.

Passò da uno dei suoi succubi assistenti.

Nessuno si ricordò di lei.

Perché così accade, i soprusi sono all’ordine del giorno, si dimentica in fretta.

A quell’esame volete sapere quanto prese?

28.

Dopo il 28 non gioì, pianse, pianse la sua vergogna, tornando in quell’aula, studiando, tacendo, si era macchiata di una colpa più grande, aveva rinnegato se stessa, i suoi ideali.

Forse, col tempo, si perdonerà, ma oggi no, non l’ha ancora fatto.

Eppure oggi, finalmente, l’ha raccontato, ma non basta, non è abbastanza, la colpa l’ha tutta ancora dipinta sul volto.

Qualcosa però quella Dottoressa, docente, non aveva distrutto, tra i graffi, tra quelle cicatrici, c’era ancora, era viva, la speranza era viva, nascosta, debole, flebile, castigata, umiliata, ma viva.

Poco dopo dovette abbandonare gli studi, ma fu solo un arrivederci; poi li riprese e giunse a vedere la fine, a poter scorgere il giorno della sua Laurea.

Come fu il suo percorso fino alla Laurea?

Questa è un’altra storia.

***

Questo giro di giostra è stato più lungo del solito, perché non è inventato.

Tutto ciò è davvero accaduto, al giostraio, sì, al giostraio di questa piccola giostra.

Il 18 luglio il giostraio si è laureato, beh, ironico non trovate?

Fu un diciotto lanciatogli addosso ad umiliarlo quel giorno e questo primo capitolo di studi si è concluso sempre con un diciotto, ma questa volta scritto sul calendario.

Un diciotto sul calendario e i complimenti della commissione della seduta di Laurea.

Le Università, fortunatamente, non sono tutte uguali, la differenza la fanno le singole persone.

Una cosa è certa, a certi docenti, certi grandi professori, Dottori, bisognerebbe dare ripetizioni di rispetto.

L’educazione, ditemi voi, quando è accaduto, quando è diventata così “fuori moda”?

Educazione e professionalità, basta che manchi ad uno dei grandi Professori e la reputazione dell’Università sarà macchiata.

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Questo è un giro di giostra intimo, personale, quindi, anche la canzone scelta sarà personale.

Forse ancor più del giro di giostra stesso.

Vi farò ascoltare la canzone che, dopo aver ripreso gli studi, ho ascoltato, andando in Università, prima di sostenere ogni esame, quasi fosse un rito, una scaramanzia, parole in grado di darmi “la giusta forza, tenacia”.
Buon ascolto.

Ofelia Neri, staffetta partigiana – LoGiCi Zen:

Mare o montagna?

Onde del mare.

Sono onde che si infrangono sugli scogli.

É il vento.

Li accompagna il vento.

É il sole.

Li riscalda il sole.

É appena tagliata, è erba appena tagliata.

Li circonda il profumo.

È musica, brezza che danza e sussurra alle orecchie.

Li rinfresca l’aria.

È terra asciutta.

Polvere leggera alzata ad ogni passo.

Li macchia, uno strato sottile.

È l’erba; è la terra.

Si mischiano i sapori, respirati, in bocca.

Aprono gli occhi.

Non è mare.

Non è acqua salata che si infrange sugli scogli.

Non è schiuma.

È il vento.

Arriva dal mare e lo racconta.

Alle foglie, agli alberi.

È il vento che scivola dentro, dentro la chioma; foglie verdi e boccioli.

Gli occhi aperti ammirano.

È la campagna.

Gli occhi chiusi vedono il mare, nei rumori, il vento narra il mare.

Il corpo è caldo.

La terra emana calore.

Il vento rinfresca, poco.

I campi rilassano.

Grandi distese di verde, giallo, colori ondeggianti.

Li stupisce.

Ogni sensazione vissuta li stupisce.

Eccoli.

Virgola, la cagnolina più vecchia, la nonna, ma che tanto nonna non vuole ancor essere, spunta dal campo di grano, corre, scondinzola, con quella coda che è grossa quanto, appunto, una virgola.

Pico, il piccolo, di statura e di nome, giovane, neppure un anno di vita, con l’entusiasmo della semplice curiosità, corre, salta, si butta, rotola, sporco di polvere, di polline.

È la loro vita, la loro casa, la loro terra, è la campagna.

Loro sono cani di uomini di campagna.

Vivono la terra, la curano e lei; lei gli racconta la brezza del mare.

La maggior parte sceglie per la villeggiatura tra due possibilità: mare o montagna.

Virgola e Pico, invece, guardano le grandi montagne lontane, ascoltano il mare narrato dal vento e scelgono lei: la campagna.

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Il giostraio, pur non essendo un grande intenditore di musica, né conoscitore della storia personale di ogni singolo artista, vi propone un brano da ascoltare dopo la lettura.
N.B. la canzone, come sempre, è stata cercata e scelta dopo aver scritto il giro di giostra e non viceversa.

Toto Cotugno – Voglio andare a vivere in campagna:

 

 

Fatti i fatti tuoi e campi cent’anni

“Quanti anni avranno?”

“Undici, dodici?”

“Quell’uomo le sta guardando, non mi piace”.

Bionda, poco truccata, succo d’arancia in una mano, tovagliolino nell’altra.

Seduta al tavolino di un bar, si guarda attorno.

Con un occhio osserva il figlio, quattro anni, la bocca macchiata di cioccolato, per questo ha il tovagliolino in mano, pronta a pulirgli il sorriso.

Con l’altro occhio le vede, due bambine, due ragazzine, chiacchierano ridendo, una granita in mano.

Sono sole.

Il bar è vicino alla scuola, poterci andare da sole è il primo passo verso “l’essere grandi”.

La giornata è calda, il bar è vivo, persone che vanno e vengono, tante persone, è un posto sicuro, non sono veramente sole.

Eppure.

Eppure lui le ha viste, seduto due tavoli indietro, le chiama, inizia a fare domande.

Domande semplici.

«È buona la granita?»

«Fa caldo oggi eh?»

«State aspettando la mamma?»

«Ah, siete sole, dopo andrete a casa?»

Si alza, si siede nel tavolo più vicino al loro, continua a chiacchierare.

Lei non sente cosa dicono, ma un occhio al figlio, un occhio a loro, le controlla, le altre persone arrivano, consumano e vanno via.

«È pericoloso oggigiorno, io vado proprio nella vostra direzione, vi posso accompagnare; no, non accetto un rifiuto, lo faccio per voi».

Disagio.

«Va bene, non vi accompagnerò, se vi sentite sicure».

Lui si alza, lo vede cambiare di nuovo tavolino, sedersi in un altro, lontano.

Le vede sollevate, ridere e chiacchierare ad alta voce, tra loro.

Si alzano, pagano il conto, escono.

Si alza, paga il conto, esce.

Si alza anche lei, in fretta, suo figlio stretto per mano, paga il conto, esce.

Le vede, di nuovo a disagio, quel signore insiste, questa volta lo sente:«vi accompagno a casa, dai andiamo».

Loro ringraziano, ma no, non vogliono essere accompagnate, abitano vicino.

Lui insiste, appoggia la mano sulla spalla della più bassa e sorride.

Lei, interviene.

«Francesca, mamma mia come ti sei fatta grande, come sta la mamma?».

Le ragazzine la guardano, confuse.

L’uomo toglie la mano dalla spalla.

La più bassa capisce.

«Ciao! Beh, sono ancora la più bassa della classe, la mamma sta bene, grazie».

Disagio.

Questa volta è lui a disagio, non dice nulla, si volta, accelera il passo e in un attimo é lontano.

Lei si scusa.

«Scusate se ho ascoltato e sono intervenuta, ma quell’uomo proprio non mi piaceva, non sapevo come fare per farlo allontanare, mi è venuto spontaneo, la prossima volta chiedete aiuto».

«Grazie, ah già, mi chiamo Silvia, lei è Sara, la prossima volta staremo più attente, grazie davvero signora».

Non è sempre vero che “farsi i fatti propri” sia giusto, spesso è solo più semplice.

Intervenire quando si nota qualcosa che non va ci coinvolge nell’accaduto, spesso non si ha la voglia, si notano piccole richieste di aiuto, ma non si interviene.

L’aiuto, è importante, in certe situazioni è vitale, mai tirarsi indietro, mai guardare altrove per non farsi coinvolgere, un giorno, quell’aiuto, potrebbe servirci.

La vita è fatta di scambi, di “dare e avere”, mai restare indifferenti, un giorno potrebbe toccare a noi.

Silvia e Sara non hanno più visto quella signora, non sanno neppure il suo nome, oggi hanno 35 anni e la ricordano ancora, è il gesto più piccolo che alla fine non viene dimenticato.

Quella signora avrebbe potuto continuare a guardare il sorriso di suo figlio, il gelato al cioccolato che gli colava sulle mani, ovunque, godere di quel momento, intimo, perdersi nel sorriso dei suoi occhi, invece si è guardata attorno, non è rimasta indifferente.

2017-07-07 Fatti i fatti tuoi e campi cent'anni

Il giostraio, pur non essendo un grande intenditore di musica, né conoscitore della storia personale di ogni singolo artista, vi propone un brano da ascoltare dopo la lettura.
N.B. la canzone, come sempre, è stata cercata e scelta dopo aver scritto il giro di giostra e non viceversa.

Marco Mengoni – Esseri umani:

World Wide Web – www

Sono un sogno vuoto, straripante contraddizioni.

Sento il vuoto dentro, sento di avere talmente tanto vuoto attorno, che, dentro, non c’è più posto, so che non potrò accoglierlo tutto.

Vedo il vuoto, mi nutro di esso, ma non finisce mai, come ho sentito dire in giro, una mattina mi sveglierò e prenderò coscienza che “la misura è colma”.

Tredici anni, ho solo tredici anni e già mi sento perso.

La realtà contro la quale mi scontro ogni giorno è diventata sempre più grande, talmente grande che, a guardarla tutta, non basta un giorno.

Ho poche certezze, ma so già di essere vuoto.

I miei post su facebook non piacciono.

Non sono influente sui social.

Il mio profilo twitter riceve poche interazioni.

Instagram l’ho fatto, ma non sono bravo con le foto, non ho la fantasia dei miei compagni.

Sono triste, mi mostro felice, spensierato, chi sorride raccoglie like.

Quando poso il telefono sul comodino, sono vuoto.

Non so cosa costruirò per me, sento già pressioni ora, vorrei essere popolare, vorrei essere “il simpatico”, invece sono sempre la spalla, sono sempre “l’amico di…”, insomma, uno di cui non si conosce il nome e si identifica solo perché è stato visto assieme a qualcuno più importante di lui.

Siamo repliche.

Replichiamo ciò che abbiamo visto fare a quelli più grandi di noi, quando ero in prima media ho voluto la libertà di poter gestire i miei profili online, così l’ho subito capito, io valgo, sono importante, se lo è la mia immagine.

Siamo tutti obbligati a mostrarci, esci dai social e nella vita vera sarai “quello strano”.

Su youtube guardo spezzoni di puntate televisive in cui si affronta il problema del “disagio generazionale, giovanile”.

Ho paura, perché il disagio non è come una volta, non è legato alla mia adolescenza, non potrò tornare a scuola “alto, abbronzato e bello”, cresciuto, diverso, come accadeva una volta dopo le vacanze estive, sono sempre in vetrina, online, nessuno mi può perdere di vista e tutti non potranno dimenticare che sono sempre io, “lo sfigato”.

Il disagio non è della mia età, dell’adolescenza, il disagio lo sento, me lo porto, dentro.

É un disagio vuoto, come oggi è vuoto il mio stato di facebook, ma nessuno lo noterà, non c’è tempo per osservarsi negli occhi, dentro, interagiamo tutti attraverso uno schermo.

Sento il vuoto, me lo devo portare ovunque, il vuoto che sento fuori per oggi lo riempirò con uno smile, per domani sceglierò un’emoticons, tutto in mostra nel mio stato di facebook.

Chissà, magari questo vuoto non è reale, è finto, virtuale, domani mi sveglierò e sarò diverso, mi vedranno diverso.

Perché quello che conta non è più come ci si vede, come si vorrebbe essere, conta solo come ti vedono gli altri e una volta classificato sarai sempre ricondotto lì, io, ad esempio, sarò sempre lo sfigato, il disadattato.

Non esistono più nuove possibilità, ad ogni nuovo incontro si sa cosa accadrà, si verrà cercati su facebook, twitter, instagram, non ci saranno segreti, siamo schedati, tutti, come ripetono gli esperti: “tutto quello che entra nel world wide web, online, rimane”.

Questa è la nuova generazione che si sta affacciando al mondo, stiamo vivendo una rivoluzione culturale che segnerà i libri di storia, è una rivoluzione rapida, chi non riuscirà a “tenere il passo”, l’ha capito, è spacciato.

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Il giostraio, pur non essendo un grande intenditore di musica, né conoscitore della storia personale di ogni singolo artista, vi propone un brano da ascoltare dopo la lettura.
N.B. la canzone, come sempre, è stata cercata e scelta dopo aver scritto il giro di giostra e non viceversa.

Francesco Gabbani – Occidentali’s Karma:

 

Sarà il riposo

Oggi sono svuotata, vorrei fare di me quello che non sono.

Vorrei potermi smantellare, mettere da parte i pezzi e ricostruirmi utilizzando solo i migliori, i più pregiati.

Chi ben comincia è a metà dell’opera e oggi sono solo pareti senza interno, è già iniziato il lavoro dello smantello.
Respiro e penso, penso e respiro, respiro e peno.

Peno, perché l’anima dentro mi rimbalza, salta da una stanza all’altra, vuota, come me, schiamazza.

Il rumore è tanto, il rumore è forte, mi rende sorda, verso il resto, mi fermo, penso, ma non sento, non ascolto, quindi è un pensiero inutile, non verrà registrato, non sarà assimilato, non cambierà nulla.

Ci sono momenti in cui il tempo si perde, ma non ci si pente, semplicemente si ha bisogno, necessità di un posto vuoto; di un momento in cui ci si denuda, si smette di essere qualcosa, qualcuno, per essere solo sensazioni, sensazioni che però devono andare solo fuori, uscire e non tornare più dentro, quindi le si libera, le si vede scorrere sul pavimento e andar via, oltre la porta.

Alla fine si è svuotati, insipidi, no, insapore, si è qualcosa che non si conosce né capisce bene, ma si è esattamente quello che si deve essere in quel preciso istante.

Forse non è questione di essere svuotati, staccati, sconnessi, immobili, è solo questione di prendersi qualche momento per respirare, per mettere il cuore e il cervello fuori dall’ovatta quotidiana e sentirsi imperturbabili in un mondo che è costante corsa, costante salita e subito discesa.

Serve.

Ecco, serve proprio, viviamo sempre in corsa, sempre sollecitati dall’energia che chiediamo e produciamo, sempre persi in miniere di pensieri, che se ne potrebbero riempire carretti, vagoni, che a volte, semplicemente, su quei binari pieni zeppi, si ha bisogno di bloccare la marcia.

Non è ribellione, non è cambiare strada, non é smantellarsi per poi ricostruirsi, la strada percorsa può anche piacere, è solo un fermarsi, ricaricarsi, lo capiamo solo dopo, quando i pensieri si sono già spenti, capiamo che andavamo troppo veloci, proprio non potevamo essere più lenti, non si poteva rallentare.

Così, respiriamo oltre l’ovatta, non lo abbiamo deciso, non lo abbiamo pensato, l’abbiamo solo fatto, abbiamo spento il cervello, il movimento, l’agire.

Standby, lampeggia la spia rossa, presto saremo di nuovo carichi e i nostri vagoni torneranno a cigolare.

Capita, capita a tutti, capita che pochi lo ammettano, di essere stanchi.

Ammettilo, non agli altri, a te stesso, dopo sarà ricarica, sarà il riposo.

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La canzone per questo giro di giostra forse non calzerà alla perfezione, ma lascerò giudicare a voi, buon ascolto!

Alessandra Amoroso – Comunque andare:

Il giostraio, pur non essendo un grande intenditore di musica, né conoscitore della storia personale di ogni singolo artista, vi ha proposto un brano da ascoltare dopo la lettura.
N.B. la canzone, come sempre, è stata cercata e scelta dopo aver scritto il giro di giostra e non viceversa.

Buon proseguimento, al prossimo venerdì per un nuovo giro di giostra, grazie per aver letto!

Amava il blu

Questa è una storia, un ricordo, un’invenzione, una testimonianza:

Aveva mille voci dentro ed altre ancora ne sarebbero arrivate, raccontava le storie degli altri e gli altri, ascoltando, cercavano di cogliere la sua, di storia.

Non la raccontava mai, non le interessava farsi conoscere, voleva solo raccontare, stregare, affascinare con la sua voce, vedere gli occhi illuminarsi al primo colpo di scena, vederli bagnati di lacrime sincere al tocco di una storia d’amore.

Su quella nave, piena di sogni per il futuro, la prospettiva della salvezza sembrava un miraggio, così, aveva iniziato a raccontare.

Raccontava della gallina che era attratta da qualsiasi oggetto di colore blu.

Cercava il blu per tutto il suo giardino, fiori blu, bottoni blu, fili blu, li raccoglieva e nascondeva, nessuno sapeva dove, ma gli abitanti del paese avevano iniziato a lanciare nel suo giardino ciò che di blu trovavano, era un portafortuna: “lancia qualcosa di blu alla gallina e la fortuna sarà con te” .

I bambini avevano smesso di piangere, la loro attenzione non guardava più la paura, la sentivano lontana, ora era rivolta alla sua voce, alla storia della gallina, il portafortuna di quel paesino.

Lei lo sapeva, aveva iniziato a raccontare apposta, le storie sono una distrazione dal reale, dalla vita, ma possono anche curarla, la vita.

Raccontando della gallina attratta dal blu, della fortuna che le cose blu da lei sotterrate portavano agli abitanti di quel lontano paese, avrebbe regalato loro la convinzione di essere guidati dalla fortuna, quel mare blu, non poteva non essere colmo di fortuna, il mare sarebbe stato associato al suo racconto, ecco perché aveva iniziato a parlare.

Era là, persa nel blu delle onde anche lei, ma sapeva che le parole aiutano, scaldano il cuore e lasciano il segno.

Il segno che quel giorno voleva lasciare era la speranza, quei bambini, quei ragazzi, quelle donne e uomini, dovevano sperare.

Erano coinvolti in qualcosa più grande di loro, erano piccoli esseri viventi in cerca di una possibilità, la possibilità più importante, ritrovare il diritto alla vita.

Erano poveri, terribilmente poveri e si sa, i poveri hanno pochi diritti, i più poveri si accalcano sulle strade e in una notte d’inverno perdono anche l’ultimo diritto, la vita.

Erano poveri e quello era l’ultimo tentativo, l’ultima possibilità che avevano deciso di darsi, quel Paese verso cui stavano navigando era il Paese del sogno, dei diritti, della loro speranza.

Tutto era ancora da scrivere, non lo sapevano, quei bambini non lo sapevano, un giorno, lei li avrebbe raccolti dalla memoria e raccontati ad altri, così che non venissero dimenticati, così che il loro viaggio potesse regalare speranza ad altri, come fece il blu del mare, il blu della gallina.

Era il 1907.

Erano appena arrivati a Ellis Island, l’isola delle lacrime.

Non sapevano bene cosa gli sarebbe accaduto, sapevano che c’era un controllo medico, ispezione corporale, un segno di gesso e il destino era deciso, scritto, come le lettere che ad ogni migrante erano scritte col gesso sulla schiena, se non eri sano, abbastanza giovane, eri respinto, le porte dell’accoglienza si sarebbero chiuse.

Speravano di essere tutti accettati, tutti sani, tutti accolti.

Così i bambini andarono innanzi ai dottori con ciò che di blu, sulla nave, avevano trovato, a loro portò fortuna.

La voce si sparse, di Paese in Paese.

Forse fu allora che nacque quella convinzione, il mare, salire su una barca, una nave, un barcone, porterà fortuna, porterà ad una vita migliore.

Ma è davvero così?

Lei, diventò americana, vissé, amò, invecchiò e divenne nonna.

Era la nonna della donna che oggi continua a raccontare questa storia, racconta avventure di tempi lontani, racconta un’Italia che lei non ha mai vissuto, lei è nata in America, racconta storie ai nipotini, storie che ad altri bambini salvarono il cuore.

Nel suo intimo si domanda, seduta al sicuro nella sua casa, se ancora vi sia qualche giovane che racconti questa storia, la storia della gallina che amava il blu.

Si corica, stringe un anello usurato con una pietra blu, l’anello di sua nonna, l’anello che aveva ispirato quella storia, l’anello della speranza, l’anello che la convinse di poter trovare nel blu del mare la fortuna, lei l’aveva trovata.

Altri no, ma ognuno ha la sua storia.

Chiude gli occhi, il cuore trema, lei è americana grazie al viaggio di sua nonna, lei non ha mai conosciuto la paura di quel viaggio, lei è cresciuta lontano dalla povertà, altri no, ci vivono ancora dentro, altri cercano ancora nel blu del mare la loro fortuna.

Epoche diverse, destini ripetuti.

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Gigliola Cinquetti – Mamma mia dammi cento lire:

Il giostraio, pur non essendo un grande intenditore di musica, né conoscitore della storia personale di ogni singolo artista, vi ha proposto un brano da ascoltare dopo la lettura.
N.B. la canzone, come sempre, è stata cercata e scelta dopo aver scritto il giro di giostra e non viceversa.

Buon proseguimento, al prossimo venerdì per un nuovo giro di giostra, grazie per aver letto!